Intervista a Fabio Geda

Inauguro oggi l’angolo delle interviste a scrittori e poeti italiani. Il primo ad avere accettato il mio invito è Fabio Geda, autore di “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani“.

Ciao Fabio, grazie di avere accettato il mio invito. Dato che il Blog si chiama “Dalle prime battute” ci dici a quando risalgono le tue prime battute nel mondo letterario?

Vediamo. Se intendi quando ho cominciato a scrivere ricordo di aver scritto la prima volta qualcosa di compiuto intorno ai quattordici anni: un raccontino per il giornale della scuola – se non sbaglio parlava di un bambino che ha un ospite inatteso e sgradito nascosto nel suo armadio, credo fosse il mio “periodo Stephen King” quello. Se, invece, stai pensando alla pubblicazione, be’, il mio primo romanzo “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani” è stato pubblicato ad aprile del 2007, edito dalla Instar, una splendida casa editrice torinese. Prima non avevo mai pubblicato nulla, nemmeno racconti su qualche rivista letteraria, o on-line.

Sei laureato in scienze della comunicazione indirizzo marketing e lavori come educatore per i servizi sociali del Comune di Torino. Come riesci a dividerti tra lavoro e scrittura?

Anche qui, due possibili risposte. Dal punto di vista del tempo la questione è semplice: come educatore lavoro soprattutto il pomeriggio, e la sera. Alla scrittura, quindi, dedico il mattino. Ma l’atto in sé e per sé dello scrivere, del battere le dita sui tasti, è solo la punta dell’iceberg. L’enorme massa di ghiaccio sommerso è fatta di riflessioni, contaminazioni, osservazione del mondo, chiacchiere con la gente, e tutto questo non si divide dal mio lavoro, anzi, si integra perfettamente.

Qual è il tuo approccio alla scrittura? Hai un metodo particolare?

Piacerebbe anche a me sapere quale metodo uso. Forse la cosa mi rassicurerebbe. Invece, per ora, la scrittura è una sorta di lotta senza regole contro il caos dell’immaginazione. Alterno zoomate a grandangoli, rileggo, riscrivo, monto. Un po’ addomestico il mio istinto, un po’ lo lancio a briglia a sciolta. Dipende.

Cosa significa per te scrivere?

Interpretare il mondo. Ricomporlo. Crearne di miei. Raccontare storie, filtrandole attraverso un gesto artistico, è un atto naturale, che mi porto dietro da sempre, da quando sono nato. Ho provato col teatro, con la musica, con la fotografia, col disegno: alla fine, tra tutto, ho scelto la scrittura: era la cosa che sapevo fare meglio.

Nel 2007 hai pubblicato “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani”, il tuo romanzo d’esordio, che è stato selezionato per il Premio Strega e si è classificato secondo al Premio Stresa di Narrativa. Ci racconti la genesi di questo libro?

Ero andato a prendere a calcio, dopo l’allenamento, uno dei ragazzi della comunità alloggio – io lavoro in una comunità alloggio che ospita minori con storie di disagio famigliare alle spalle. Pioveva. Un suo compagno di squadra mi ha chiesto se potevo dargli uno strappo fino all’autobus. Avrà avuto tredici, quattordici anni. Romeno. Parlando, sul furgone, ho scoperto che era arrivato come clandestino alcuni anni prima, che suo padre era stato rimpatriato e che, mentre veniva rimpatriato, non aveva raccontato di avere un figlio con sé, in Italia, abbandonandolo, di fatto, nel nostro paese. Questa, la scintilla. Da lì in poi, ho alimentato il fuoco con la fantasia.

Il tuo lavoro di educatore ti ha influenzato nella scrittura del romanzo?

Moltissimo. Emil, il personaggio principale del libro, l’ho costruito prendendo a prestito caratteristiche, competenze e paure dei tanti ragazzi con cui ho davvero lavorato.

Quali sono gli autori che ti hanno maggiormente influenzato?

In letteratura tento di non avere modelli, credo per il timore di rimanere eccessivamente influenzato. Diciamo che vorrei riprodurre su carta ciò che i fratelli Dardenne, due registi belgi, riescono a fare con la pellicola. Per capire ciò che dico basta guardare uno qualsiasi dei loro film, da “Rosetta” a “L’enfant”. Ma il mio preferito è “Il Figlio”. Sono grandiosi.

C’è chi si rivolge al Pod, chi invece cede alle lusinghe degli editori a pagamento. Cosa pensi di questi due metodi offerti oggi dal mercato a chi aspira alla pubblicazione?

La pubblicazione non conta nulla. Un libro non esiste se è pubblicato, esiste solo se è distribuito, se arriva nelle librerie, nelle biblioteche, se arriva ai lettori. E questo possono farlo solo gli editori veri, e un editore vero, se crede in te, in quello che hai scritto, non ti chiede dei soldi, te li offre.

Tu rappresenti quell’uno su mille che ce l’ha fatta. Hai pubblicato un libro. È stato difficile trovare un editore?

A dirla tutta, no. Ho stampato dieci copie del manoscritto, le ho spedite a dieci editori scelti tra quelli che animano la cosiddetta piccola e media editoria e ho atteso. Un paio di mesi dopo firmavo il contratto con la Instar ed ero costretto a rifiutare l’invito della Marcos Y Marcos, giunta con un briciolo di ritardo.

Che consigli ti senti di dare agli altri 999 che ci stanno provando?

Se ci credono davvero, di continuare a provarci. Di far leggere quello scrivono e di accettare le critiche e i consigli. Anche frequentare qualche corso di scrittura, o gironzolare per le presentazioni dei libri, può essere utile. Io ho imparato molto ascoltando i racconti degli altri scrittori. La cosa importante è essere consapevoli che non esistono ricette buone per tutto e per tutti, o bacchette magiche per scrittori, ma esiste la possibilità di andare seriamente e umilmente a bottega, nel senso rinascimentale del termine, come per i pittori o per gli scultori. E poi, ovviamente, leggere, leggere, leggere.

A cosa stai lavorando ora?

Guarda, a un mare di roba. Ma più che altro a un secondo romanzo, che uscirà a ottobre.

Grazie Fabio e buon lavoro.

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19 responses to “Intervista a Fabio Geda”

  1. matteo says :

    Gli scrittori hanno quell’antipatica e ruffiana capacità di usare gli stessi termini, siano essi esordienti o navigati. Tutti ce la possono fare, certo, certo… Farlo credere, in fondo, non costa nulla. Tutti bravi, tutti fortunati, tutti nati col dono dell’obiquità e dell’arte oratoria. Si, si, proprio così.

  2. fabiogeda says :

    Caro Matteo, scrivi:

    Gli scrittori hanno quell’antipatica e ruffiana capacità di usare gli stessi termini, siano essi esordienti o navigati. Tutti ce la possono fare, certo, certo… Farlo credere, in fondo, non costa nulla.

    Vado a rileggere le mie risposte e trovo al riguardo un solo commento. Alla domanda: Che consigli dare a chi vorrebbe pubblicare, rispondo: Se ci credono davvero, di continuare a provarci. In quale punto la trovi antipatica e ruffiana? In quale punto dico che tutti ce la possono fare?

    Poi, scrivi:

    Tutti bravi, tutti fortunati, tutti nati col dono dell’obiquità e dell’arte oratoria. Si, si, proprio così.

    Non capisco. Chi? Chi è riuscito a esordire o chi vorrebbe farlo?

  3. Annamaria says :

    Sono d’accordo con te caro Fabio, bisogna crederci
    e continuare a provare, a bussare, a farsi conoscere, anche attraverso il Web, alla fine i meriti vengono a galla. Forse il caro Matteo sottintende che la prima pubblicazione il più delle volte è a pagamento; se anche così fosse, una casa editrice non rischia il proprio buon nome con un autore sconosciuto per di più “capra”. Case ed. importanti lo fanno dal punto di vista commerciale solo con gli altisonanti dello spettacolo, attualità ecc. ecc.
    A te la palla Matteo!

  4. Chiara says :

    Non esistono solo le grosse Case Editrici, Annamaria. Per fortuna ci sono anche editori medio piccoli che sono disposti a dar credito ad autotori nuovi, come è successo a Fabio. Personalmente penso valga la pena di provare e di insistere con questi medio-piccoli e non con Editori che ti stampano il libro solo perché li hai pagati profumatamente. Pubblicare un’opera serve se questa viene distribuita, come dice Fabio.

  5. Annamaria says :

    Chiara forse non mi sono spiegata, intendevo che le Case Ed. importanti considerano coloro che hanno un nome. L’importante è pubblicare con qualunque Casa Ed., ma per gli esordienti il percorso è difficile in quanto, come avete detto entrambi l’opera degli sconosciuti non viene distribuita: io lo so bene! Ciò che intendevo è che i meriti prima o poi emergono, per esempio io ho inviato alla Perrone Ed. un racconto (senza alcun pagamento) ed ha superato il concorso: è stato inserito nell’Antologia, quindi come dice Fabio bisogna provarci.

  6. Chiara says :

    Annamaria io ho capito quello che hai detto. La mia voleva essere un’esortazione a non affidarsi agli editori a pagamento: quelli ai fini del curriculum non servono a nulla, anzi sono dannosi.
    Distribuzione: Non c’entra nulla col fatto di essere o meno esordienti. Se pubblichi con un editore serio, anche se piccolo, che ha un minimo di distribuzione, il tuo libro si troverà nelle librerie, ecc. ecc.. L’editore a pagamento, una volta che ha preso i soldi non ha alcun interesse a distribuire il tuo libro. Il suo risultato lui l’ha già raggiunto spillandoti un po’ di soldi.
    Spero di essermi spiegata. A buon intenditor…

  7. matteo says :

    Eccomi, scusate del ritardo ma sono stato via ieri. A Fabio, così gentile da rispondermi subito (forse si è sentito punto sul vivo?) rispondo che ho letto molte, forse troppe interviste e diktat di scrittori a qualsiasi livello, per comprendere che ci sono molte frasi fatte. Dici “leggere, leggere e ancora leggere” come se non lo sapessimo. Forse intendevi leggetevi il mio romanzo. Allora sarebbe meno ipocrita. Facciamo due conti: un buon lettore legge uno/due libri al mese. Poi abbiamo il lavoro, e magari la passione per la scrittura. Quando trovare il tempo di fare tutto, famiglia compresa? Secondo me queste risposte non sono altro che “pubblicità occulta” alle case editrici e alle proprie pubblicazioni per vendere un prodotto. E scusa se mi sono sfogato con te, ma potrei anche farti i conti in casa: mattina scrivi, pomeriggio e sera lavori, quando leggi? Di notte credo che tu dorma, o sbaglio?
    Poi per le pubblicazioni a pagamento, come accenna Annamaria e Chiara c’è tutto un altro mondo che io non affronterei mai per principio. A proprosito, Annamaria, anche a me e Chiara hanno pubblicato due racconti per Perrone, e spero che la cosa si possa protrarre anche per le prossime antologie. Insomma Fabio non prendertela, ma le tue risposte mi sembrano un prestampato che ogni autore che si affacci sulla scena letteraria nazionale sia obbligato a dire, cioé nulla di nuovo sotto il sole.
    Saluti

  8. fabiogeda says :

    Ciao.

    Amo le parole e i loro significati, Matteo (altrimenti avrei provato a fare altro, il cuoco forse, grande e solitaria professione, certo non lo scrittore). E, per deformazione educativa, amo discutere e scambiare opinioni. Per cui se mi si fa notare che i termini che uso rimandano a un atteggiamento ruffiano e antipatico, visto che il mio tentativo è di essere sempre sincero, diretto e soprattutto simpatico, allora provo a capire dove ho sbagliato. Per amore di conoscenza.

    Quando dico “leggere, leggere e ancora leggere”, non intendo il mio romanzo, giuro – anche se, vi capitasse di leggerlo, non mi offendo, ah no! ma fatevelo prestare, così Matteo non può accusarmi di pubblicità occulta 😉 Intendo solo “leggere il più possibile”. E nel modo giusto (più avanti mi spiego meglio). Le case editrici rigurgitano di manoscritti frutto del lavoro di gente che, evidentemente, non legge. O legge poco. O legge male. Perchè, leggessero bene, si accorgerebbero da soli di molti errori, sia a livello di scrittura che di trama. Matteo, dici che un buon lettore legge uno o due libri al mese? Be’, per uno che voglia fare lo scrittore non sono sufficienti, mi spiace. Io quando scrivo leggo poco (hai fatto bene i conti, di notte dormo; anche se, prima di dormire, leggo sempre un pochino, e anche sui mezzi pubblici, sui treni, sul cesso, mentre sono in coda dal medico, alla posta, eccetera), leggo poco anche per non farmi influenzare, per non permettere ai libri degli altri di entrare nei miei. Quando non scrivo, tuttavia, leggo in continuazione. Non li ho mai contati, ma credo da tre, quattro a sei, sette libri al mese. Romanzi, certo. Non saggi di fisica quantistica, e a volte romanzi corti (non ho simpatia per le storie troppo lunghe: diffido di chi produce libri “a peso”. Ho sprecato troppo tempo a leggere libri lunghissimi che poi non mi sono piaciuti). E poi c’è il “come” si legge. Il lettore legge per andare avanti con la trama. Lo scrittore (almeno, io faccio così) quando legge una pagina emozionante, un passaggio inatteso e spiazziante, o un colpo di scena ben riuscito, si ferma, torna indietro e prova a smontare il meccanismo per capire come ha fatto, lo scrittore del libro, a creare quell’effetto. Questo, intendo con “leggere, leggere e ancora leggere”. Se poi tu lo sapevi gìà, come dici, sono felice per te.

  9. fabiogeda says :

    Ah, Matteo, ancora una cosa. Scrivi: “…le tue risposte mi sembrano un prestampato che ogni autore che si affacci sulla scena letteraria nazionale sia obbligato a dire, cioé nulla di nuovo sotto il sole.” Posso chiederti un favore? Quando trovi qualcosa di nuovo sotto il sotto il sole, me lo dici? Così posso capire cosa intendi. Grazie. Un abbraccio grosso.

  10. Luigi says :

    Mah, è chiaro che uno scrittore risponda in un certo modo a certe, inevitabili, domande. Del resto, di questo si tratta, mi pare: di un’intervista a uno scrittore, no? 🙂

    Personalmente ho trovato molto interessanti le risposte di Fabio, ma il mio è solo il giudizio di un umile imbrattacarte…

    Il problema cui fa cenno Matteo, ossia la difficoltà di armonizzare scrittura, lettura e lavoro è IL problema di chiunque si dedichi alla nobile arte di inondare fogli con fiumi, rigagnoli o chiazze – a seconda – di parole.

    In passato, il grande Pontiggia ha dedicato pagine bellissime e divertenti all’argomento, senza peraltro riuscire a venirne a capo neanch’egli, quindi direi che siamo in buona compagnia… 😉

    Insomma, Take it easy, my friends! 🙂

  11. matteo says :

    Pur essendo portato alla discussione anche io, Fabio, non mi va di insistere o perorare sensazioni a pelle. Ti dirò soltanto che in Italia si pubblica, al 90% per tre grandi casistiche:
    -Conoscenze o agganci.
    -Essere personaggi pubblici (non importa se mettere insieme soggetto, verbo e predicato diventa una operazione complicata).
    -Dare mazzette o comunque sborsare soldi o essere sponsorizzati.
    Il restante 10% è gente che ci crede, e magari anche fortunanta, come penso possa essere stato tu.
    Questo lo capisco pur non essendo nell’ambiente, ma ormai in tutte le varie associazioni economiche (e l’arte non è da meno, in fondo anche tu dici di aver provato con altre attività culturali in passato) vivono nella maggior parte dei casi di clientelarismo. Un po’ come tutta la società moderna, se ci pensate bene.
    Lungi da me il voler disprezzare il tuo lavoro o la scrittura in sé, ma molte volte dire di continuare a scrivere e a sperare a tutti gli aspiranti che ci sono in giro è una ben emerita presa per i fondelli (mi scappava un’altra parola ma mi trattengo).
    Che poi in Italia ci siano più scrittori di lettori è un dato assodato. E ti dirò di più: molti grandi nomi della letteratura dicono nelle interviste pubbliche “leggete di più” sottointendendo davvero che vengano letti di più loro stessi. E solo per questioni commerciali. Tantissimi scrittori leggono poco, o non leggono. E comunque sia vengono pubblicati lo stesso. Tu hai avuto anche molte recensioni positive, nonostante la dimensione della casa editrice che ti ha pubblicato. Mi ricordo quella di Mario De Santis a Radio Deejay e il tuo libro era appena stato presentato alla fiera di Torino. Certo sono belle spinte, e mi auguro siano dovute solo alla bellezza del romanzo che hai composto.
    Ah, per inciso, anche io preferisco i romanzi corti e non credo alla letteratura a peso. Su una cosa, come vedi, siamo pienamente d’accordo.
    Ciao

  12. ambretta says :

    @Matteo, vorrei sapere se hai letto il libro di Fabio Geda. Leggendo il libro sicuramente capirai perchè ha avuto successo. Il libro è molto bello, la scrittura è fresca e spontanea. Fabio Geda parla come scrive. E’ un ragazzo gentile, positivo e lo dimostra il fatto di aver risposto a questo blog.
    IL secondo posto al Premio Stresa se l’era proprio meritato, il suo libro è migliore di quelli che ha preceduto. Inoltre non bisogna giudicare se una casa editrice è importante o no, se il libro è bello vende comunque, chiunque lo abbia pubblicato. Con il pessimismo non si va lontano.

  13. ambretta says :

    @ri- Matteo: non so in base a cosa affermi che tantissimi scrittori leggono poco o non leggono. Ho intervistato parecchi scrittori per http://www.milanonera.com, di persona, e finora non ne ho trovato nessuno che non sia un forte lettore. Uno per tutti tra gli ultimi che ho intervistato, Petros Markaris legge dai 4 ai 5 libri alla settimana.

  14. Chiara says :

    Hai ragione Ambretta. Lo scrittore DEVE essere un forte lettore. Io dico sempre che non si può scrivere se non si legge.

  15. Francesco says :

    Caro Fabio dicono che e’ un mestiere bellissimo e al tempo stesso difficile,volevo quindi chiederti quali sono i pro e quali sono i contro.Comunque
    Il primo libro era fantastico
    “Ciccio”

  16. salvatore farese says :

    Caro Fabio, ho letto il tuo romanzo “l’estate alla fine del secolo” mi congratulo con te è molto bello ho vissuto , per pochi giorni, una vita di stenti e sacrifici , gioie e tristezze insieme ai tuoi personaggi. Sei molto bravo.Sono salvatore Farese da Napoli.

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