Intervista a Paolo Roversi

Questa settimana, per l’intervista di DPB, ha gentilmente accettato di rispondere alle mie domande Paolo Roversi, scrittore, giornalista ed esperto di ICT.


Ciao Paolo, grazie di avere accettato il mio invito. Questo Blog si chiama “Dalle prime battute”; a quando risalgono le tue prime battute nel mondo letterario?

Al 1996 quando pubblicai un millelire di aforismi di Bukowski dal titolo “Seppellitemi vicino all’ippodromo così che possa sentire l’ebrezza della volata finale”. E’ ancora in circolazione…

Ogni scrittore segue un suo metodo di lavoro. Stephen King ha diviso rigidamente la sua giornata in funzione della scrittura. Tu quale metodo usi?

Putroppo io non faccio solo lo scrittore e quindi ho adottato il metodo del “quando posso”. Devo ritagliarmi i tempi per la scrittura: la notte, i weekend, i viaggi in treno…

Che cosa significa per te scrivere?

E’ una passione. Alcuni coltivano orchidee, altri costruiscono galeoni in miniatura. Io scrivo.

Nel 2006 hai pubblica con la FermentoIl mio nome è Bukowski“. Qual è il tuo rapporto con questo grande autore americano?

Charles Bukowski è il mio scrittore feticcio: se sono qui a parlare dei miei romanzi è grazie ai suoi libri.. La scintilla scattò grazie ad un suo libro: Post Office. Mi ha folgorato. Lo stile, i dialoghi. C’era tutto in quelle pagine. Il mio desiderio di diventare scrittore lo devo a quel romanzo.

Quali sono gli autori che più ti hanno influenzato?

Oltre a Bukowski, per uqanto riguarda il giallo uno su tutti: Giorgio Scerbanenco. Ancora attualissimo. Poi: Vasquez Montalban, Izzo, Ellroy e Massimo Carlotto.

C’è chi si rivolge al Pod, chi invece cede alle lusinghe degli editori a pagamento. Cosa pensi di questi due metodi offerti oggi dal mercato a chi aspira alla pubblicazione?

Sono scettico. La gavetta, quella fatta di lettere di rifiuti, di porte in faccia, di risposte prestampate credo sia formativa per il carattere di uno scrittore. Aiuta a fare autocritica, a chiedersi: vale davvero la pena andare avanti? Valgo davvero qualcosa?
La pubblicazione a portata di tutti, questi filtri non li ha e spesso non è un bene.

Tu sei molto attivo anche in rete; hai due blog, un sito e la rivista “MilanoNera“. Pensi che il web sia uno strumento utile per l’arte della scrittura?

Molto. La rete è ancora libera. La gente può confrontarsi, parlare di libri, dibattere. Ed è un mezzo di promozione formidabile anche per gli esordienti.


A proposito della rivesta “MilanoNera”, da maggio, oltre alla versione on line, c’è anche la versione cartacea distribuita nelle librerie. Come mai questa scelta?

MilanoNera è un’avventura che porto avanti dall’agosto del 2006 quando, coinvolgendo nell’impresa altri amici scrittori, critici letterari e giornalisti, fondai il blognoir MilanoNera. Da allora di strada ne abbiamo fatta parecchia: in diciotto mesi di attività abbiamo
recensito quasi quattrocento libri, intervistato un centinaio di scrittori e il blog, che nel frattempo si è trasformato in portale, si è guadagnato la fiducia di diverse migliaia di lettori ogni mese.
Risultati che hanno convinto l’editore Kowalski, e noi della redazione, ad associarci per intraprendere la strada della carta stampata creando così MilanoNera web press, un giornale che nasce dalla rete e arriva in libreria, gratuitamente.
E’ completamente a colori e viene distribuito, con cadenza bimestrale, in tutte le librerie d’Italia con una forte presenza nei punti vendita Feltrinelli di cui il marchio Kowalski fa parte.
Un’avventura partita in solitaria col tempo si è trasformata in una rivista collettiva proponendosi come punto di riferimento per gli appassionanti del genere, lettori e addetti ai lavori.

Ci puoi raccontare la genesi del tuo ultimo romanzo “Niente baci alla francese“?

Per scrivere parto sempre da qualcosa di reale: da una situazione o da un avvenimento di cronaca e da lì poi costruisco la mia storia. Nel caso di questo romanzo volevo raccontare Milano: i suoi problemi, le sue contraddizioni. E oggi il maggior problema di questa metropoli è l’inquinamento. Ho affrontato il tema a modo mio, anzi alla maniera di Radeschi, il giornalista hacker protagonista dei miei romanzi: da vero cinico qual è, non potendo più girare con la sua vespa gialla del ’74, è quasi felice quando fanno fuori il sindaco (che non è la Moratti ma un personaggio di fantasia!)… Indagando poi incappa immancabilmente nell’attualità dell’ecopass, dei magnati russi e del resto. Il giallo, in fondo, è da sempre il genere che più di tutti gli altri si presta per raccontare la realtà, la nostra società in un determinato momento storico.

A cosa stai lavorando ora?

Il 4 settembre uscirà per i tipi Kowalski il mio nuovo romanzo “Taccuino di una sbronza” un libro di matrice bukowskiana, non un giallo quindi… Niente paura però: Radeschi tornerà nel 2009 con una nuova avventura.

Per concludere, quali consigli daresti a chi ambisce diventare scrittore?

Non barare col lettore. Scrivi per gli altri e non per te stesso. Non lanciarti in voli pindarici per far vedere che sei bravo a costruire frasi di quattro righe senza punteggiatura. Fai le cose facili. E pensa che una bella trama sopravvive anche ad una cattiva scrittura. Un’ottima scrittura, invece, non riesce ad averla vinta su una mediocre idea di base.
Per scrivere il romanzo, poi, tutto quello che ti serve è aver letto (e continuare a farlo) molti libri. Se non leggi non puoi scrivere. Semplice no?

Grazie Paolo e buon lavoro.

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6 responses to “Intervista a Paolo Roversi”

  1. remo says :

    la frase di Roversi, scrivi per gli altri e non per te stesso, è senz’altro vera, ma ne direi a lungo, io, su questo argomento.
    racconto solo due cose.
    una mia amica, aspirante scrittrice. un bel giorno mi ha detto, Basta, non voglio più pubblicare, scrivo per me stessa perché scrivere mi aiuta a convivere e sopravvivere alle mie fobie, le mie depressioni.
    bene, da allora la sua scrittura ha preso il volo. è andata migliorando di giorno in giorno ed è diventata – controsenso – quindi per gli altri proprio allontanandosi dalla paturnie, ché al volte diventano tali, di scrivere per gli altri.
    pensare a scrivere poer gli altri comunque è giusto, soprattutto nella ricerca dei registri linguistici (uno scrittore che usa termini dotti ma poco noti si fa un solitario, lui sì che scrive per se stesso).
    tra gli “altri” però ci sono pure gli editori, che spesso, più o meno consciamente, possono spingere l’autore ad adattarsi ad accontentare il pubblico, sia nella scrittura che nei contenuti.
    ecco, io penso che ogni autore debba fare in modo di favorire il lettore, ma evitando, al contempo, di adeguarsi troppo, svilendosi.
    meglio non pubblicare, credo.
    e scusa se son stato lungo.
    e complimenti a roversi
    (remo bassini)

  2. Chiara says :

    Non ti scusare Remo, hai giustamente espresso il tuo punto di vista. In effetti la questione del “scrivere per gli altri” o “scrivere per sè stessi” è molto dibattuta fra gli scrittori. Ognuno ti darà la sua versione 🙂

  3. matteo says :

    Che dire di questo mio concittadino famoso? Che mi sento orgoglioso delle sue parole. Paolo scrive bene e misura cento volte le parole. Una posizione concreta anche sulla scrittura e sugli emergenti. Non so quanto bene possa fare beccarsi dei rifiuti e delle stroncature, ma sicuramente è formativo. Ciò che non ti uccide ti fortifica, in fondo. Condivido appieno il pensiero sullo scrivere per gli altri. Per chi lo facciamo, in fondo, se cerchiamo in ogni modo di rendere pubbliche le nostre cose? Se fosse una scrittura privata allora basterebbe un bel diario segreto, ma chi vuole farsi leggere lo fa di sicuro con intento narcisistico.
    Ciao

  4. ambien says :

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