Dinastie letterarie.

Sull’inserto di RepubblicaD La repubblica delle donne” di questa settimana, ho trovato un avvincente e illuminante articolo di Laura Piccinini.
Il titolo del mio post richiama in parte il titolo dell’articolo del quale vi riporto l’inizio. I due protagonisti del brano sono ritratti anche nella foto qui sopra:

«Fanno vendere gli uni agli altri più copie gli scrittori-parenti che si amano, o quelli che si odiano e insultano reciprocamente a mezzo stampa e magari proprio con un libro-verità? E volendo parlare di genitori e figli, si notano di più quelli che mantengono il cognome celebre anche se della madre, o quelli che si mascherano dietro uno pseudonimo per dimostrare al mondo che il nepotismo gli fa schifo (ma figurarsi poi se non salta fuori la genealogia illustre, di questi tempi, quando una biografia su Wikipedia non si nega a nessuno)? In incognito “Sapete chi sono? Spero di no”, ha titolato loffio il britannico Telegraph: seguito dalla recensione del libro debutto di un certo Nick Harkaway, nom de plume per cui alla fine ha optato il figlio di John Le Carré non potendo usare il cognome del padre bestsellerista già sostitutivo dell’originario Cornwell, scartato a sua volta per non essere scambiato per il figlio della scrittrice criminalista Patricia Cornwell che non c’entra niente con nessuno dei due (e semmai è una discendente dell’autrice de La capanna dello zio Tom). Harkaway a sentirlo pronunciare sembra un metodo per schiarirsi la gola, ma se piace a lui e al suo rampantissimo agente… Nick dice di averlo trovato in un fumetto per ragazzi di inizio ‘900 che guarda caso si intitolava Boy’s Own, il ragazzo che voleva fare da sé. Giura anche di aver inviato il suo manoscritto “in incognito”, e di aver “ricevuto la proposta di contratto senza che saltasse fuori la discendenza famosa, svelata in un secondo momento”.»

Il seguito lo trovate qui.

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5 responses to “Dinastie letterarie.”

  1. Giuseppe Iannozzi says :

    Difficilmente i figli d’arte sono artisti anche loro, indipendentemente dal fatto che utilizzino il cognome paterno o materno o un nickname. Sean Lennon non è nemmeno paragonabile a John; Ziggy non è paragonabile a Bob Marley; Jacob non è paragonabile a Bob Dylan. Solo Jeff Buckley, figlio di Tim Buckley, riuscì ad eguagliare e a superare il padre, e con un solo album, “Grace”. Entrambi sono morti in circostanze mai ben chiarite.
    Apprezzo Le Carrè, ma sinceramente non ho mai letto né sentito nominare il figlio, neanche con lo pseudonimo. Mai letto niente della moglie di Stephen King, anche perché dagli anni 90 in poi King ha saputo solo ripetersi e null’altro. Dumas figlio è a mio avviso molto ma molto più grande di Dumas padre. Basta “La signora delle camelie” – che divenne poi “La traviata” per la musica di Verdi – per seppellire i romanzetti d’avventura di Dumas padre.
    Tutto questo per dire: il talento nasce e basta. Non significa niente essere figli di un grande scrittore o cantante o pittore o critico. Puoi nascere figlio di un panettiere ed essere un tenore senza eguali, come Luciano Pavarotti.

    Titty è scappata con il malloppo. E’ latitante.😀

    Smaaackkkk

    Beppe

  2. Marmott79 says :

    Concordo in linea di massima con l’elenco fatto da Beppe ma… per cortesia, non mi toccate i Dumas. Papino forse è conosciuto al grande pubblico solo per i Moschettieri ma… non dimentichiamo “La regina Margot”, non dimentichiamo “Montecristo”, non dimentichiamo che è stato colui che per primo (salvo sconosciuti) ha portato il romanzo storico sul continente…
    Per il resto sono d’accordo: non conosco molti “figli di” capaci in letteratura… neanche in altri campi a dire il vero…
    Forse è proprio vero: il talento non si tramanda

    Ah, no, una la conosco: la figlia di Goldie, non ricordo il nome, però è brava.
    Ciao

  3. Chiara says :

    Forse ci sarà una ragione se, vedendo o sentendo qualcuno che fa veramente pena si dice:
    “Ma chi è quello?”
    “Ah… è il figlio di…”
    Come se essere figli “d’arte” possa dare il passaporto per la “bravura”.

  4. Giuseppe Iannozzi says :

    No, il passaparto per il talento – che è un dono di natura – non viene perché il padre o la madre sono famosi e artisti.
    Dumas padre, be’, diciamo che ha dato l’abbrivo al romanzo d’avventura o di cappa e spada più che al romanzo storico. Il romanzo storico è quello di Sir Walter Scott, ad esempio; e Scott era di tutt’altra pasta, non era un semplice scrittore per il popolo, oggi diremmo per “l’intrattenimento delle masse”.

  5. Marmott79 says :

    Su Scott non discuto e concordo solo, bisogna però pensare che all’arrivo sul continente ognuno ci fece un po’ quello che volle: sia Hugo che Manzoni cambiarono il volto di quel genere. Mi fa un po’ di tristezza pensare che Dumas padre sia ricordato solo per il ciclo dei tre Moschettieri, che non ho letto e non ho nemmeno voglia di leggere, mentre si sorvola sul Ciclo dei Valois, o su quello della Partenopea. Stile e forma non sono davvero sublimi, lo riconosco, ma mi piace pensare che con la sua opera si sia fatta divulgazione più che semplice intrattenimento.

    Ps: Quella di cui non ricordavo il nume era Kate Hudson… del resto, dell’importanza di essere “figlio di” abbiamo molti esempi nella nostra TV, specie nelle testate giornalistiche… avete mai notato quanto siano stranamente ricorsivi i cognomi? Sarà tutto un caso?

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