Archive | maggio 2009

Everyman di Philip Roth

EverymanTitolo:
Everyman
Autore:
Philip Roth
Traduzione:
Vincenzo Mantovani
Casa Editrice:
Einaudi
Collana:
Super ET

Intorno alla fossa, nel cimitero in rovina, c’erano alcuni dei suoi ex colleghi pubblicitari di New York che ricordavano la sua energia e la sua originalità e che dissero alla figlia, Nancy, che era stato un piacere lavorare con lui.

Il funerale è quello del protagonista, non ha un nome, Everyman, probabilmente perché ognuno di noi può o potrebbe riconoscersi in lui. Il romanzo parte dalla fine della storia, come avviene spesso al cinema: pesnso ad esempio a Viale del tramonto, film magistrale diretto da Billy Wilder con William Holden, Gloria Swanson ed Erich von Stroheim. Ricordate? Il film si apre con il corpo di William Holden che galleggia senza vita dentro una piscina.

In Everyman non c’è la piscina, ma un cimitero malridotto dove si sta celebrando il funerale di un uomo del quale non sapremo mai il nome. Dal fondo della sua bara, Everyman, l’uomo qualunque, si alza e ci accompagna a ritroso nel tempo per farci scoprire com’è stata la sua vita.

Nei suoi primi cinquant’anni Everyman assomiglia molto al William Holden di “Viale del tramonto”. Fisico forte, donnaiolo, incurante del prossimo e di sé stesso. Nulla riesce a scalfire l’uomo forte, invincibile, ma la vita – prima o poi – ci presenta sempre il conto.

La malattia, il deperimento fisico, la morte: questi i punti di svolta del romanzo. Roth, con gli occhi di Everyman, ci mostra quali possono essere le conseguenze della sofferenza fisica, anche in un uomo che ha sempre vissuto la vita con disprezzo. L’uomo qualunque di Roth è costretto a guardarsi dentro. Mentre il suo fisico deperisce sempre più e la sofferenza aumenta, il protagonista non può fare altro che attendere la fine, la morte. Nella sua attesa, tra un’operazione e l’altra, il protagonista si rende conto che ha sempre vissuto pensando di essere invincibile, come se il dolore, la malattia, la morte non esistessero.

Roth in realtà evidenzia un comportamento – più o meno sfrontato – che tutti noi teniamo. Quando si è giovani, si è convinti di essere immortali; beviamo la vita con avidità, a grandi sorsi, nella speranza di arrivare il più in fretta possibile alla meta. Ma qual è? Impossibile conoscerla in anticipo. Nessuno di noi sa quale sia, ma il vigore della gioventù ci sorregge, ci spinge sempre più avanti e nulla ci può fermare.

Ciò che acuisce il dolore e forse anche un po’ il rimorso per la vita passata, è il rimanere solo del protagonista. Aspettare la morte nella solitudine, forse è un’immagine un po’ troppo pessimistica offertaci da Roth, ma può accadere. Penso alle tante persone anziane, che rimangono sole pur avendo figli e nipoti che, se solo volessero, potrebbero riempire quel vuoto, evitando così che il proprio caro diventi un Everyman.