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La scommessa di Faletti

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È passato quasi un mese dai dubbi sollevati da Eleonora Andretta sull’autenticità o meno dell’ultimo libro di Giorgio Faletti e ormai l’eco si era praticamente spenta. Ma l’autore (presunto?) di “Io sono Dio“, che io pensavo avesse deciso di adottare la strategia del silenzio in attesa che l’episodio finisse nel dimenticatoio,  a quanto pare ci ha ripensato e ha voluto chiarire la questione. Chiarire? Forse non è il termine adatto. Potremmo dire che ha gettato altra benzina nel fuoco, rinfocolando le polemiche vecchie e aprendone di nuove. Nero su bianco sta tutto su “Il Corriere della sera“. Io vi riporto quella che secondo me è la parte più “divertente e assurda” delle dichiarazioni di Faletti:

Dunque si preannuncia qualche iniziativa giudiziaria? «Non credo. Cerco di guardare sempre la vita con ironia e penso che presto la faccenda si sgonfierà. Del resto, in un Paese dove non è al riparo la privacy di nessuno, con tutti i giornalisti che ci sono a caccia di scoop, come si può credere che non sarebbe venuto a galla il nome della persona che scriverebbe i libri da me firmati?» Comunque Faletti è anche disposto a fornire la prova della sua correttezza: «Non gratis però. Se qualcuno deposita un bel gruzzolo da un notaio, sono pronto a fare lo stesso e ad autorizzare il notaio a stare insieme a me mentre scrivo il prossimo romanzo. Così, se risulterà che ho un ghostwriter, pagherò il notaio e il mio antagonista prenderà i soldi. Ma se invece sarà confermato che sono l’unico autore, allora lui pagherà il notaio e io intascherò la somma». C’è qualcuno che se la sente di accettare la sfida?

L’intero outing lo trovate qui.

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È Faletti o non è Faletti… Questo è l’interrogativo

Mix Faletti

È apparso oggi sul forum del Corriere della Sera curato da Beppe SevergniniItalians”  un post di tale Eleonora Andretta, traduttrice, che vi riporto qui di seguito:

Ho appena concluso la lettura di Io sono Dio di Giorgio Faletti e sono perplessa a dir poco. Vado subito al punto: mi riferisco a quelli che in gergo traduttivo si chiamano «calchi», vale a dire quei termini o espressioni tradotti letteralmente, con effetti orribili sulla lingua di arrivo. Ebbene, Io sono Dio ne conta moltissimi. Ma in teoria non è un libro tradotto, giusto?

Allora non mi spiego perché un autore italiano dovrebbe scrivere «non girare intorno al cespuglio»: calco di «don’t beat about the bush», invece di «non menare il can per l’aia». O perché dovrebbe scrivere «Te ne devo una», palese calco di «I owe you one», che in italiano è molto più semplicemente «sono in debito/a buon rendere». O perché in un libro scritto in teoria in italiano mi ritrovi l’incomprensibile frase «Pensavo che una ventina di grandi vi avrebbero fatto comodo» dove «grandi» è lo spudorato calco di «grand», vale a dire mille dollari nel gergo della comunità dei neri americani.

E questi non sono che pochi esempi. A dire la verità, tutto il libro mi ha lasciato l’impressione dell’italiano «derivato», con i suoi «prese un bel respiro», «telefono mobile» e così via. Ho cercato di darmi una spiegazione plausibile, iniziando con: «Faletti pensa in inglese-americano». Non sta in piedi, per tutta una serie di motivi linguistici e tecnici per i quali sarebbe necessaria un’altra lettera. E allora? Non so cosa pensare…”

Che dire? Io non sono una fan di Faletti e confesso che non ho letto alcuno dei suoi libri, ma ciò che ha evidenziato Eleonora Andretta a me fa pensare a due soluzioni possibili, anzi tre:

a) Il libro non è stato scritto da Faletti ma probabilmente da un ghost writer, americano o comunque di madre lingua inglese;

b) La traduzione grossolana l’ha fatta direttamente Faletti, visto gli “errori” grossolani di traduzione;

c) La traduzione è stata fatta da un traduttore che si è voluto “vendicare”.

Comunque siano andate le cose, sempre che qualcuno riterrà di dover dare delle spiegazioni in merito, l’unico ad uscirne male è Giorgio Faletti.

Steinbeck: di che cosa parliamo quando parliamo dell’America

Il Corrire della sera ospiterà una serie di articoli e racconti ispirati all’America degli anni di Kennedy firmati da Oriana Fallaci e John Steinbeck che apparvero su L’Europeo negli anni Sessanta. Ieri, 2 aprire, ha pubblicato una breve storia per ricordare come nacquero i reportage di Steinback e un suo racconto. Di seguito riporto uno stralcio di entrambi.

steinbeckcharlie
Steinbeck, nel 1960, aveva attraversato l’America sul furgone con roulotte Ronzinante, accompagnato solo dal cane Charley, quindicimila chilometri on the road per dire addio al Paese che aveva tanto amato e alle storie del quale aveva dedicato la vita. È il viaggio con Charley, nell’anno dell’elezione di John Kennedy, a far tornare Steinbeck ragazzo: […] guida attraverso le campagne evitando città e autostrade. raccoglie autostoppisti, fa amicizia nei piccoli ristoranti, nei bar e nei negozi di liquori.

steinbeckSiamo tutti irlandesi

di John Steinbeck

Penso che, in grande misura, proprio questa crudeltà verso i nuovi venuti spieghi la rapidità con cui gli stranieri si fondano da ultimo con gli «americani». Il fenomeno si manifesta invariabilmente a livello della seconda generazione. Chi arriva subisce ogni genere di pressione, che lo fa sentire straniero; ma i giovani di ogni gruppo etnico rifiutano subito la lingua e il beckground d’origine. […] Le nuove generazione vogliono essere americane più che polacche o tedesche o inglesi.
[…] Non vi sono dubbi, secondo me, che in America ogni luogo imprima come un marchio su chi vi nasce: non mi riferisco solo all’accento e alla lingua, ma addirittura alla statura. all’aspetto, alla conformazione fisica. […] È un fatto comunque, che ciascuno di noi può individuare lo straniero.
[…] Il mio volto è caratterizzato dai tratti, belli o brutti, dei progenitori lontani. Ho gli occhi di un glu «nordico», i miei capelli avevano quel non-colore che si è convenuto di definire castano. Ho le guance floride, con le venuzze sottili affiorani, caratteristiche degli scozzesi e degli irlandesi del Nord.

Il minimalismo di Carver?

Una semplice domanda alla quale tutti voi saprete sicuramente rispondere:
“Chi è il padre del minimalismo in letteratura?”
Carver!” sicuramente starete pensando.
Fino ad oggi nessuno si sarebbe sognato di dire il contrario, ma… Ebbene sì, un terremoto si sta per abbattere su questo che tutti noi credevamo un dato di fatto. Sì perché, secondo Tess Gallagher, la vedova di Raymond Carver, le cose non stanno proprio così. Non ci credete? Leggete quanto segue:


«Ray non era affatto un minimalista e anzi odiava quell’ etichetta», racconta la Gallagher, apprezzata poetessa con all’ attivo oltre una dozzina di libri tra cui Al Saloon della Donna Gufo, Io e Carver e Spontaneamente, curati in Italia dal traduttore di Carver, Riccardo Duranti. Quello che nei campus americani viene ancora oggi venerato come «il maestro della scrittura lineare e cesellata» e il «teorico dell’ omissione», secondo la Gallagher non è affatto tale. «Ray fu per anni vittima dell’ implacabile forbice imposta dal suo editor, Gordon Lish – spiega -, che dimezzò il manoscritto di “Di cosa parliamo quando parliamo d’ amore“, cambiando titoli e riscrivendo pagine intere. Lish ha stravolto non solo la prosa – aggiunge -, ma anche il tono e l’ anima del libro».

Quel che si dice “un colpo basso”, non vi pare? Se volete saperne di più, leggete qui.

La fine della privacy e del pudore

Ovvero: a cosa può servire il telefonino oltre a “telefonare”? In effetti oggi sembra che l’amato/odiato cellulare venga usato per fare tantissime cose e casualmente anche per chiamare un’altra persona. Quanti di voi possono dire di non aver mai mandato almeno un SMS, magari addirittura un MMS… Poi ci sono i più smaliziati che lo usano anche per ascoltare la musica, oggi più che mai con l’iPhone mania, e anche per navigare, scambiare la posta, addirittura guardare la TV. Insomma pare che nessuno possa più farne a meno. La dipendenza da questo oggetto comincia sempre prima, addirittura tra i banchi delle elementari (non sarà un pochino esagerato?).

Di sicuro ognuno di voi avrà la sua idea a tal proposito. Io vi propongo uno stralcio di un articolo firmato dal noto scrittore Jonathan Franzen, preso dal Corriere della Sera del 14 settembre:

«Lo sviluppo tecnologico che ha inflitto danni permanenti alla società – vale a dire, l’ invenzione di cui non è nemmeno possibile lamentarsi in pubblico, malgrado i disastri provocati, pena il ridicolo – è il telefono cellulare. Una decina d’ anni fa, New York (dove abito) abbondava ancora di cabine pubbliche, in cui i cittadini mostravano rispetto per la comunità, rinunciando a infliggere al prossimo i loro drammi personali. Il mondo, dieci anni fa, non era stato ancora del tutto espugnato dalla chiacchiera. L’ uso dei Nokia appariva un’ ostentazione o una mania dei ricchi. Oppure, per essere generosi, una malattia, un’ invalidità o una stampella. Sul finire degli anni Novanta, già si avvertiva a New York una morbida transizione metropolitana dalla cultura della nicotina alla cultura del cellulare. Se ancora ieri la tasca rigonfia della camicia stava a indicare un pacchetto di Marlboro, il giorno dopo conteneva un Motorola.»

L’intero articolo di Franzan lo trovate qui.

Gore Vidal «Così ho smascherato quei dannati storici»

Sul “Corriere della Sera” del 20 agosto, c’era il resoconto di un incontro con Gore Vidal, nel quale raccontava il percorso che lo ha portato a scrivere i sette romanzi contenuti nei “Narratives of empire” e gli appunti per l’ottavo.
In realtà nella chiacchierata Vidal fa riferimento anche alla situazione politica americana odierna, alle imminenti presidenziali ed esprime il suo pensiero su entrambi i candidati. Un punto di vista, il suo, molto interessante. Vi consiglio di leggerlo attentamente.

Giusto un paio di sottolineature, tratte dall’incontro, che riguardano più da vicino il mestiere di scrittore:

Washington DC è stato il primo tentativo di Vidal di scrivere un romanzo esplicitamente politico: uno dei personaggi ricorda il senatore cieco, un altro John F. Kennedy, al quale Vidal sembra fosse affezionato, mentre altri sono pura invenzione. Senza ancora saperlo, aveva tracciato le fondamenta della serie dei sette romanzi storici ora raccolti sotto il titolo di Narratives of Empire. Un ottavo volume è ancora in forma di «appunti». «Ho imparato a scrivere romanzi storici da Walter Scott». Come le lunghe e ramificate saghe di Scott, i romanzi storici di Vidal si possono a buon diritto definire «abili». Prende una storia per mano e la porta con sicurezza fino al traguardo, creando una ricca atmosfera lungo il percorso. Non ha molta importanza che alcuni dei personaggi di Burr e Lincoln (Bompiani) siano abbastanza simili agli aristocratici romani di Giuliano. Lo scopo dei romanzi storici di Vidal era «smascherare i dannati storici. Ero convinto che gli accademici distorcessero la storia, e io volevo scrivere con la maggior precisione possibile quel che le figure storiche avevano effettivamente fatto e detto. Non pensi che non tragga beneficio dagli orrori delle nostre scuole pubbliche. La storia americana è insegnata molto male».”

Il prossimo stralcio fa capire la cura maniacale dello scrittore per i suoi romanzi. Leggete cosa riesce a fare ogni volta che esce una nuova edizione di un suo lavoro:

“Vidal, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi, continua a «rimetter mano alle sue opere in occasione di nuove edizioni». Non c’ è quasi pagina della Statua di sale (Fazi), ad esempio, in cui dialogo e descrizioni non siano stati riscritti. La storia parla di una relazione relativamente innocente tra due compagni di scuola dello stesso sesso, Jim e Bob, che ricorda alla lontana la relazione tra Vidal e il suo amico Jimmie Trimble, caduto nella Seconda guerra mondiale. Alla fine dell’ edizione originale del romanzo i due amici si incontrano di nuovo dopo molti anni. Jim fa un’ avance a Bob e, quando viene rifiutato con l’ accusa di essere «un finocchio», lo uccide. Nell’ edizione riveduta, pubblicata nel 1965, in luogo dell’ assassinio c’ è uno stupro e Bob è lasciato in lacrime.”

L’articolo intero lo potere leggere a questo indirizzo.

(Fonte: Corrie della Sera)

Premio Strega: finalmente la vittoria a un giovane.

Ebbene sì, dopo tutte le polemiche che l’anno scorso avevano accompagnato la conclusione del Premio Strega, quest’anno, sotto una nuova direzione, si è respirata aria di rinnovamento.

La vittoria della sessantaduesima edizione del Premio Strega è andata a Paolo Giordano con “La solitudine dei numeri primi” (Mondadori).

Se volete saperne di più sull’autore e il suo libro vi consiglio questa intervista di Luigi Ripamonti, apparsa sul Corriere della Sera.