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Raymond Carver, Principianti

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Su La Repubblica del 17 marzo c’era un’interessante recensione a cura di Alessandro Baricco del primo libro scritto da Raymond Carver – appena uscito in Italia col titolo di Principianti – ma che nessuno aveva mai letto nella versione pensata da Carver perché uscì pesantemente rimaneggiato dal suo editor. Ecco alcuni stralci della recensione:

carver_principiantiESCE in Italia, da Einaudi, nella traduzione di Riccardo Duranti, un libro che viene da lontano, che ha una storia affascinante, e che per 27 anni, inutilmente, l’ establishment letterario mondiale ha cercato di far dimenticare. Tutti sapevano che c’ era, ma pochi l’ avevano letto. Nessuno poteva pubblicarlo. A suo modo, un libro proibito. Si intitola Principianti (euro 19, pagg. VIII-294). A scriverlo è stato Raymond Carver, alla fine degli anni Settanta, quando non era ancora nessuno: diciassette racconti in parte già pubblicati su riviste, in parte inediti. Finì nelle mani di un editor di Knopf, un editor non qualunque, una specie di genio dell’ editing: si chiamava (si chiama tuttora) Gordon Lish. Il testo di Carver gli sembrò eccezionale. Non si limitò a decidere di pubblicarlo: lo prese e ci lavorò duro. Ne uscì un libro molto diverso, con centinaia di correzioni e il 50 per cento di pagine in meno. In questa versione fu pubblicato, nel 1981, col titolo Di cosa parliamo quando parliamo d’ amore.

Quindi tutto ciò che abbiamo letto di Carver in realtà non era vero? No, no. Non traete conclusioni affrettate e continuate a leggere:

Carver continuò a scrivere, sottraendosi al controllo di Lish, ma anche mettendo a frutto, magari inconsapevolmente, quello che Lish gli aveva insegnato: c’è da chiedersi se avrebbe mai scritto i suoi libri successivi in quel modo, se non avesse letto se stesso corretto da Lish. […] Si constata che spesso le storie di Carver avevano un vero finale, e che l’ invenzione di storie sospese nel nulla che si spengono bruscamente e senza apoteosi finale è in gran parte figlia di Lish.

L’intera recensione di Baricco la trovate qui.

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Il minimalismo di Carver?

Una semplice domanda alla quale tutti voi saprete sicuramente rispondere:
“Chi è il padre del minimalismo in letteratura?”
Carver!” sicuramente starete pensando.
Fino ad oggi nessuno si sarebbe sognato di dire il contrario, ma… Ebbene sì, un terremoto si sta per abbattere su questo che tutti noi credevamo un dato di fatto. Sì perché, secondo Tess Gallagher, la vedova di Raymond Carver, le cose non stanno proprio così. Non ci credete? Leggete quanto segue:


«Ray non era affatto un minimalista e anzi odiava quell’ etichetta», racconta la Gallagher, apprezzata poetessa con all’ attivo oltre una dozzina di libri tra cui Al Saloon della Donna Gufo, Io e Carver e Spontaneamente, curati in Italia dal traduttore di Carver, Riccardo Duranti. Quello che nei campus americani viene ancora oggi venerato come «il maestro della scrittura lineare e cesellata» e il «teorico dell’ omissione», secondo la Gallagher non è affatto tale. «Ray fu per anni vittima dell’ implacabile forbice imposta dal suo editor, Gordon Lish – spiega -, che dimezzò il manoscritto di “Di cosa parliamo quando parliamo d’ amore“, cambiando titoli e riscrivendo pagine intere. Lish ha stravolto non solo la prosa – aggiunge -, ma anche il tono e l’ anima del libro».

Quel che si dice “un colpo basso”, non vi pare? Se volete saperne di più, leggete qui.

Curzio Maltese intervista Tess Gallagher

Su “La Repubblica” del 21 giugno ho trovato una interessantissima chiacchierata tra Curzio Maltese e Tess Gallagher su Raymond Carver. Ve ne riporto un estratto:

«Sono convinta che i racconti di Carver abbiano in qualche modo prefigurato la fase che stiamo attraversando in questo momento – ora il ceto medio sta scivolando in una posizione subalterna, al punto che neanche due stipendi bastano a mantenere una famiglia. Nel pieno periodo reaganiano i suoi racconti ci trasmettevano questo messaggio: mica tutti se la passano bene. Il sogno americano sta fallendo. Oggi le dimensioni di quel fallimento sono molto più evidenti. La gente fatica a sostenersi con i prezzi di cibo e benzina. In genere, la natura marginale del vivere in circostanze difficili ci fa misurare la nostra vita e riflettere sui motivi del divario fra quelli che hanno più che a sufficienza e quelli che, pur lavorando sodo, non riescono ancora a permettersi cose fondamentali come cure mediche adeguate. Negli anni Ottanta, tutto questo era ancora in ombra, ora l’ ombra è diventata realtà. Lui si è occupato di gente che viveva sulla propria pelle lacerazioni fondamentali del tessuto sociale, come disoccupazione, alcoolismo, divorzio, debiti, tradimenti, la mancanza di un tetto e vari tipi di abbandono, la sua opera travalica culture, tempo e spazio». «Prendi qualcosa dalla vita di tutti i giorni, senza trama e senza finale». Così Anton Cechov descriveva l’ arte del racconto. Carver è stato l’ ultimo grande maestro di questo genere. Negli ultimi vent’ anni, in Europa come in America, le raccolte di racconti non trovano più molto pubblico e spesso neanche editori. Viviamo una specie di dittatura del romanzo. La trama, l’ intreccio, i colpi di scena, per quanto banali, insomma i trucchi del mestiere sembrano più importanti della capacità di creare emozioni con la scrittura. È come se il filone si fosse esaurito. «Credo e spero che si tratti di un ciclo. Quando Ray era vivo in effetti era molto facile pubblicare una raccolta di racconti e non si era neanche costretti a promettere di scrivere prima o poi un romanzo. Oggi è diverso. Continuano certo a uscire bei racconti, come quelli di Haruki Murakami o di William Trevor, che potrei leggere e rileggere in continuazione. Di recente ho aiutato a raccogliere e a pubblicare, prima a Belfast e poi negli Stati Uniti, un libretto di storie irlandesi di Josie Gray, che mi piacerebbe veder tradotte in italiano. Alla fine penso che non sarà il mercato a determinare se i racconti verranno scritti o meno. Il racconto è una forma così vibrante e necessaria, vicina alla poesia, che non si smetterà mai di scriverne. Fra l’ altro, nello scrivere racconti non si possono fare tanti errori quanti se ne possono fare nei romanzi, perciò gli scrittori migliori vorranno sempre usare questa forma».

Se siete curiosi di leggere l’intera chiacchierate cliccate qui.